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I TERREMOTI COME E PERCHE'


Rubrica a cura di Sergio Marchi




Storia e geografia dei terremoti.


Qual è stata l'ultima volta che avete avvertito una scossa di terremoto?
Se siete fra quei pochi fortunati che, per posizione geografica o per la
giovane età, non hanno ancora avuto questa esperienza personale,
formulerò la mia domanda in un altro modo:qual è stata l'ultima volta
che avete visto in televisione gli effetti di qualche terremoto che ha
avuto una certa risonanza?
Tutto questo serve per introdurvi ad un argomento sul quale sono stati versati fiumi
di inchiostro, ma che non è stato abbastanza pubblicizzato, salvo qualche raro caso,
con le dovute maniere.
Partiamo da un presupposto generale; la terra trema, ogni giorno nel mondo
avvengono mediamente più di quattromila terremoti, di cui almeno cinquecento
sono avvertiti dalle popolazioni in varie parti della terra ed un paio di essi apportano
danni se non vere e proprie distruzioni e lutti.
Questo fatto, fra alti e bassi, dura da prima che l'uomo apparisse sulla terra e non ci
sono ragionevoli motivi per credere che possa esaurirsi in un futuro prossimo.
Ma ora passiamo ad esaminare come, da una scala mondiale, questo fenomeno
naturale può venire ad interessare la nostra vita quotidiana, nella nostra dimensione
geografica locale.
Per prima cosa bisogna ricordare che in origine, alcuni miliardi di anni fa, la terra era
un globo totalmente infuocato e che solo in ere relativamente recenti ha potuto
dotarsi di una crosta solida sulla quale noi possiamo vivere.
Questo è avvenuto grazie al progressivo raffreddamento della superficie, che ha in
seguito favorito la nascita degli oceani e dei continenti.
Ma, sotto la superficie, ad una profondità che varia da sessanta a pochi chilometri,
la materia è rimasta ancora allo stato infuocato e si comporta con la crosta come il
latte intero caldo con la panna nel pentolino.
Possiamo fare agevolmente questo paragone perché bisogna ricordare che la
distanza fra la superficie ed il centro della terra è di circa tremilaseicento chilometri
che, paragonati ad un massimo di sessanta della crosta, fa apparire quest'ultima
come un sottile guscio.
Allora possiamo immaginare per nostra comodità la parte centrale della terra come
un immenso fornello che irradia calore in tutte le direzioni e se prendiamo in
considerazione la parte periferica, ossia la crosta ed il magma immediatamente
sottostante, vedremo flussi di calore salire verso la superficie in certi punti e scendere
in altri.

Proprio come nel pentolino vi è una zona nella quale la panna viene sospinta di lato
da una corrente calda che si muove verso l'alto al centro del pentolino stesso e verso
il basso ai margini.
Osservando la panna in superficie si può agevolmente vedere che essa si allontana
dal centro per andarsi ad increspare maggiormente ai bordi del pentolino; ebbene,
grossomodo questo è il meccanismo con il quale si sono formate le principali catene
montuose del mondo ( orogenesi ).


Naturalmente ho semplificato al massimo il meccanismo, ma le correnti convettive
che operano fra il mantello e la crosta terrestre si comportano pressappoco come se
una diecina di pentole di dimensioni continentali fossero distribuite fra il nucleo e la
superficie del mondo.
Adesso, per restare nel campo delle analogie gastronomiche, immaginate di bollire un
uovo nel pentolino per farlo sodo.
Prendete l'uovo e, senza togliere il guscio, esercitate una leggera pressione su di esso,
finché non comincia a frammentarsi in superficie.
Se osservate i pezzi di guscio, che restano attaccati al tuorlo solidificato, noterete che
spingendone uno quelli intorno si muoveranno di conseguenza.
Ecco, questo può rendervi un'idea del meccanismo delle zolle tettoniche.
Esse galleggiano sul mantello, come il guscio sul tuorlo, e sono molto elastiche, come
la panna sul latte, ma la loro elasticità, ovvero la capacità di deformarsi senza
rompersi, ha un limite.
Questo limite deriva dal fatto che le rocce componenti la crosta terrestre hanno
elasticità differenti e quindi, superato un certo sforzo, cominciano a fratturarsi.
Su scala mondiale, possiamo dire che i contorni delle zolle tettoniche sono definiti,
grossomodo, dalle fratture di contatto.
Ed è proprio lungo una di queste fratture di contatto che si situa il confine fra il
continente europeo e quello africano.
La frattura in questione parte, con il nome convenzionale Gloria, all'incirca a metà
dell'Oceano Atlantico, di fronte allo Stretto di Gibilterra, entra nel Mediterraneo e lo
attraversa nella sua parte mediana.
Per quanto concerne l'Italia, essa si trova in una situazione particolare, compressa
fra l'Europa e l'Africa in maniera che il confine risulta piuttosto complicato.
In linea di massima si può dire che la nostra penisola viene attraversata, a partire
dalla punta occidentale della Sicilia, attraverso la catena appenninica e quella alpina,
fino al Friuli.
Quindi, il profilo di questo attraversamento somiglia parecchio alla lettera S.
A complicare le cose, però, c'è da considerare il fatto che la nostra nazione viene
ulteriormente fratturata in due zolle più piccole, quella Tirrenica e quella Adriatica.
La Tirrenica si espande verso est, mentre l'Adriatica si sta restringendo ed il mare
omonimo, piano piano, in un lontano futuro si ridurrà fino a scomparire.
Si può aggiungere il fatto che la Tirrenica, nel suo movimento di espansione, arriva
a scavalcare parzialmente l'Adriatica, ed è in quell'ordine di cose che si pone
l'Appennino fra Liguria, Emilia e Toscana.
In questo territorio, il sovrascorrimento ha determinato la formazione di parecchie
fratture, coincidenti spesso con le valli principali, disposte con andamento da
Nord Ovest a Sud Est, come la Lunigiana e la Garfagnana.
Queste fratture sono fosse tettoniche, in lenta ma continua evoluzione, che
determinano la sismicità più importante, mentre altre, disposte prevalentemente con
andamento Sud Ovest – Nord Est, generano un'attività sismica di minore intensità.
Le fosse tettoniche sono avvallamenti del terreno, che possono assumere anche
grandi dimensioni, provocate dallo sprofondamento della crosta terrestre rispetto alle
zone circostanti.
La sezione di una fossa tettonica ci mostra, generalmente, un profilo a V, con le pareti
a gradini.


Ogni gradino è il risultato di più avvenimenti sismici, nel corso del tempo, ma talora
sono avvenuti dei fenomeni tellurici che hanno generato un gradino in una sola volta.
Questo genere di fenomeni, per fortuna, è abbastanza raro al giorno d'oggi, ma i
nostri antenati preistorici hanno certamente vissuto in tempi nei quali era ancora
frequente.
Il modo in cui si raccordano i vari gradini ci introduce ad un termine, che sentiamo
nominare dagli organi d'informazione ogni volta che si verifica un terremoto di una
certa risonanza, la faglia.
Una faglia è una frattura, più o meno grande, della crosta terrestre, dovuta al
movimento di masse rocciose, ad esempio uno di quei sprofondamenti che generano le
fosse tettoniche.
Esistono diversi tipi di faglia, ma per comodità dei lettori, mi limiterò a tre
fondamentali, cioè la diretta, l'inversa e la trascorrente.
La faglia diretta, detta anche distensiva, è data dallo stiramento della crosta terrestre,
cioè da masse rocciose che si allontanano.
Si può capire, quindi, che questo movimento tende a far scivolare verticalmente i due
blocchi secondo la legge di gravità.
Nella faglia inversa, detta anche compressiva, al contrario, le masse rocciose sono
spinte l'una contro l'altra e i blocchi tendono a vincere la forza di gravità, cioè si
sollevano l'uno rispetto l'altro.
I primi due tipi di faglia sono, quindi, a spostamento prevalentemente verticale,
mentre la faglia trascorrente ha un'andamento orizzontale.
Essa è data dallo " sfregamento " di due blocchi rocciosi, che si spostano in due
direzioni opposte.


Ed è lungo la superficie di contatto fra i blocchi che ha origine il terremoto.
Questo avviene quando la spinta fra i blocchi vince l'attrito che li frena.
E' un poco come quando noi spostiamo un mobile pesante.
Dapprima esercitiamo una spinta crescente sul mobile, poi, vinta la sua resistenza,
esso si sposta bruscamente.
Lo spostamento relativo fra i blocchi libera energia sotto forma di onde elastiche,
come quando pieghiamo un bastoncino di legno fra le mani fino a che non si spezza.
Il punto dove avviene lo spostamento in profondità si chiama ipocentro.
E' importante ricordare che questo concetto è solamente teorico.
Infatti, si tratta di una semplificazione per i non addetti ai lavori.
Lo spostamento avviene lungo una superficie, il punto definisce un "centro" ideale di
quest'ultima.
Da questo punto le onde si irradiano in tutte le direzioni e, quando raggiungono la
superficie, il primo punto di contatto viene detto epicentro, solitamente è ritenuto
sulla verticale dell'ipocentro.
Ma anche questo concetto è solamente teorico.
Infatti, per lo più le faglie hanno un andamento obliquo e, allora, gli effetti dell'urto in
superficie possono essere maggiori laddove la continuazione ideale della faglia
raggiunge la superficie stessa, quindi in un punto diverso dalla verticale dell'ipocentro.
Gli effetti, in superficie, si misurano con la cosiddetta Scala Mercalli, costituita da 12
gradi, semplificando abbiamo:
I) Scossa esclusivamente strumentale, non avvertita dalle persone.
II) Lieve oscillazione dei lampadari nei piani superiori, avvertita solo a riposo e in
ambiente tranquillo.
III) Possono oscillare gli oggetti appesi, poche persone ci fanno caso.
IV) Le automobili in sosta oscillano vistosamente, i vetri delle finestre tremano,
scricchiolano gl'infissi.
V) Rami e piante si muovono come con vento moderato, cadono calcinacci.
VI) Iniziano i danni strutturali, caduta di tegole, piccole campane suonano, le persone
in piedi barcollano.
VII) Spaccature nei muri, caduta di comignoli, grandi campane suonano.
VIII) Gravi lesioni murarie, crepe nel terreno, cadono le piante, si rovesciano le
statue, cadono i campanili.
IX) Distruzione delle case in pietra, fuoriuscita di fango dal terreno.
X) Ondulazione delle strade, frane e smottamenti, argini e dighe danneggiati, rotte
condutture di vario tipo.
XI) Crollo di tutti gli edifici e ponti, rotaie piegate, caduta massi.
XII) Sconvolgimento del paesaggio ( soprattutto le acque ) con lancio in aria di
oggetti molto pesanti.
Adesso torniamo indietro e, idealmente, rivediamo i contorni delle zolle tettoniche
mondiali.
Avevamo detto che questi sono definiti, grossomodo, dalle fratture di contatto, ma
non sono proprio queste fratture la sede privilegiata delle grandi faglie?
Le fasce che esse individuano, a livello mondiale, si dividono pressappoco in questo
modo la distribuzione percentuale dei terremoti: 80% Anello di fuoco del Pacifico,
5% Dorsali oceaniche, 15% Tibet – Medio Oriente – Mediterraneo.

Allora, continuando rapidamente a riassumere, la faglia Gloria diviene ai nostri occhi
la principale responsabile della sismicità di tutto il bacino mediterraneo, quindi, per
conseguenza, dell'Italia.
E' abbastanza intuitivo scoprire che questa sismicità è maggiormente concentrata
lungo i principali assi montuosi del nostro paese, le Alpi e gli Appennini.
Per quanto riguarda la Lunigiana, sarà utile vedere un breve elenco dei principali
terremoti occorsi negli ultimi tre secoli.
Terremo conto solo dei sedici che hanno superato il sesto grado della Scala Mercalli:
  1. 1740 VII-VIII Barga – Garfagnana.
  2. 1767 VII Fivizzano - Lunigiana.
  3. 1790 VI-VII Aulla.
  4. 1834 VIII-IX Alta Lunigiana.
  5. 1835 VI-VII Passo della Cisa.
  6. 1837 X Ugliancaldo – Alpi Apuane.
  7. 1849 VI-VII Val di Taro.
  8. 1873 VI-VII Liguria Orientale.
  9. 1878 VI-VII Bagnone - Lunigiana.
10. 1902 VII Fivizzano.
11. 1903 VII-VIII Filattiera - Lunigiana.
12. 1914 VII Media Garfagnana.
13. 1920 X Lunigiana – Garfagnana.
14. 1921 VII Pontremoli.
15. 1939 VII Fivizzano - Garfagnana.
16. 1995 VII Bassa Lunigiana.

Ricordate il presupposto generale, la terra trema ogni giorno nel mondo e non ci sono
motivi ragionevoli perché questo fenomeno possa esaurirsi in un futuro prossimo?
Questo dato di fatto ci avvicina ad una migliore comprensione di un'altra regola della
manifestazione sismica; il terremoto si ripete sempre là dove è già avvenuto.
E' il punto di partenza che permette agli studiosi di costruire le mappe del rischio
sismico.
In sostanza, non è ragionevole ritenere che una faglia, la quale abbia generato
movimenti sismici in un passato storicamente documentato, diventi all'improvviso
inattiva per sempre, senza alcun motivo apparente.
Ciò viene impedito dal movimento, continuo ed incessante, delle zolle tettoniche che,
come enormi cinghie di trasmissione, propagano le loro perturbazioni sismiche in ogni
angolo del mondo, anche là dove la distanza dai margini continentali è massima.
Quindi, in pratica, non esistono luoghi totalmente asismici e, d'altronde, anche in
Italia ci sono territori, come la provincia di Lecce, di per sé poco attivi, ma troppo
vicini a focolai molto energetici.
In conseguenza di ciò, ad esempio, le sequenze sismiche albanesi possono causare
grossi problemi anche nella Puglia meridionale.
In questa sede non mi è data, per motivi di spazio, la possibilità di mostrare
praticamente la ripetizione temporale degli eventi sismici in una data zona.
Purtuttavia, posso consigliare agli utenti di internet di andarsi a consultare qualche
catalogo sismico storico, così potranno verificare essi stessi la veridicità di queste
informazioni.
A titolo indicativo, posso citare la città di Livorno, colpita da terremoti sensibili in
questi anni: 1646, 1742, 1771, 1814, 1894, 1973, 1984 e 1987.
Sono pochi dati, ma valgono ad indicare sia la ripetizione dell'evento che la sua
casualità; non si individuano, infatti caratteristici cicli di ricorrenza e, salvo casi
particolari, in genere è così che vanno le cose.
Abbiamo trattato, in precedenza, della Scala Mercalli, ma i mezzi di informazione,
specialmente nel caso di terremoti particolarmente violenti, si riferiscono anche alla
magnitudo.
La magnitudo ( da non confondere con la magnitudine, riferita all'ambito
astronomico ), misura l'energia liberata dallo spostamento delle masse rocciose lungo
la faglia responsabile del sisma.
Essa si misura in gradi Richter e dà origine alla Scala relativa.
In teoria, matematicamente parlando, non vi sono limiti ai valori che la Scala Richter
può assumere, però questi vengono naturalmente posti dalla struttura fisica delle
masse coinvolte.
Questi limiti, ricordate?, derivano dal fatto che le rocce componenti la crosta
terrestre hanno elasticità differenti e quindi, superato un certo sforzo, cominciano a
fratturarsi.
Comunque, abitualmente, gli studiosi del fenomeno sismico distinguono nove gradi, al
di là dei quali una valutazione sismica per il nostro quotidiano perde di significato.
Intuitivamente, esiste un rapporto fra le due Scale, ma la funzione matematica che la
descrive varia in relazione a molti parametri, primo fra i quali la profondità
dell'ipocentro.
Per fare un esempio, estremamente semplificato, possiamo dire che, in linea di
massima, questa formula per la Lunigiana-Garfagnana si esprime così: Intensità
Mercalli attesa = Magnitudo Richter moltiplicata per 1,8 e poi il tutto meno 2.
Ora, è giunto il momento di definire i livelli di energia della Scala Richter.
Il livello che definisce un terremoto di magnitudo 1, libera una energia pari a
circa 20 kg di tritolo. I livelli successivi, aumentano in ragione di circa trentadue
volte l'uno rispetto l'altro.
In effetti, è come se mettessimo i 20 kg di tritolo dentro un cubo di lato 1 metro;
il livello di magnitudo 2, è proporzionale a un cubo di lato 3,2 metri, ovvero,
fatti i debiti calcoli, circa 640 kg di TNT.
Per semplificare, possiamo dire che l'energia liberata da un terremoto di magnitudo 5
equivale alla bomba atomica sganciata su Hiroshima.
Vediamo, adesso, le fasce di magnitudo a livello mondiale, il numero di terremoti ad
esse relativo e la rispettiva percentuale di energia liberata:

magnitudo

terremoti

energia totale

oltre 8

2

73%

7-7,9

15

22%

6-6,9

100

3,8%

5-5,9

800

1,1%

4-4,9

6.000

0,1%

3-3,9

50.000

 

2-2,9

300.000

 

1-1,9

500.000

 

fino a 0,9

800.000

 


quindi, il totale dei terremoti registrati, supera il numero di 1.500.000.
Possiamo notare che, ben il 95% di tutta l'energia sismica, annualmente liberata
a livello mondiale, appartiene alle prime due fasce, cioè quelle che comprendono
tutti i terremoti da magnitudo 7 in poi.

Effetti differenziati sull'abitato in funzione della composizione del terreno sottostante.

Concludiamo, adesso, il nostro excursus sulla storia e geografia dei terremoti con
l'argomento dei cosiddetti “ effetti di sito “.
Cominciamo con una premessa: quando gli studiosi dei fenomeni sismici vogliono
riportare sopra una carta geografica gli effetti di un terremoto, ricorrono ad una serie
di linee che definiscono le zone nelle quali gli effetti di superficie si equivalgono.
Tali linee, dette isosisme ( o isosiste ), riportano questi effetti in base alla Scala Mercalli e,
teoricamente, dovrebbero essere decrescenti a partire dall'epicentro; ma non è sempre
così che vanno le cose.
Chi di voi avesse la possibilità di osservare una carta delle isosisme del terremoto,
che colpì il territorio fra Lunigiana e Garfagnana nel 1920, potrebbe notare tutta una
serie di anomalie nella distribuzione delle intensità della Scala Mercalli.
A partire dalla zona costiera, interessata dal VII° grado, si vede che il paese di Fosdinovo,
pur se vicino all'area di VIII° grado, risulta circoscritto in una zona di VI°.
Ma, andando oltre, verso il cosiddetto “ cratere “ del terremoto, ossia il territorio con i
danni più gravi, possiamo osservare altri casi di anomalia; quella che a noi interessa
maggiormente è anche la più vistosa e riguarda i paesi di Vigneta e Castiglioncello,
posti poco dopo il borgo di Casola in Lunigiana. Vigneta e Castiglioncello, distano meno
di un chilometro in linea d'aria, tuttavia Vigneta, ricadendo sotto il X° grado della Scala
Mercalli , viene completamente distrutta, mentre Castiglioncello subisce solo effetti del
VII°, cioè solo spaccature nei muri delle case e caduta dei comignoli.
Perché questa così notevole differenza negli effetti sull'abitato di due località così vicine?
La risposta sta, essenzialmente, nella composizione del terreno sottostante.
Quello sul quale si trova Vigneta è di tipo alluvionale, con presenza di un notevole spessore
di ciottoli.
Quando l'onda d'urto di un terremoto attraversa un terreno di questo genere viene
amplificata proprio dalla presenza dei ciottoli; le fondamenta di un edificio, costruito su
questo tipo di terreno, vengono destabilizzate dai ciottoli, che riflettono e moltiplicano le
sollecitazioni in tutte le direzioni, si disgregano e la costruzione collassa con maggiore facilità.
Il paese di Castiglioncello, al contrario, è basato sopra un calcare particolarmente compatto,
quindi gli edifici vengono meno sollecitati dalle onde sismiche.
Semplificando, in breve; in un terreno “morbido “ le onde sismiche vengono maggiormente
amplificate, mentre se attraversano un terreno “ duro “ questo avviene in misura minore.
Quanto detto sopra spiega, quindi, gli effetti differenziati sull'abitato in funzione della
composizione del terreno sottostante.
Ma c'è un caso, ancora più estremo, riguardo a questo aspetto del terremoto, quando a
sperimentare effetti così marcatamente diversi è uno stesso paese, da un capo all'altro.
E' il caso di Santa Venerina, una località posta sulle pendici dell'Etna, colpita il 29 ottobre
2002 da un forte terremoto, durante una fase eruttiva del vulcano.
Un evento sismico, che ci interessa maggiormente, avvenne il 15 ottobre 1911.
In quel giorno, la frazione di Fondo Macchia venne rasa al suolo da un sisma del X° grado,
mentre l'area di massima distruzione veniva compresa in un'ellisse lunga 6,5 km e larga appena
500 metri; in certi punti si passò, addirittura, dal X° al VII° grado in soli 250 metri.
Terremoti simili a questo hanno interessato l'area etnea negli anni 1832,1865,1889,1894,1907,
1914,1920,1950,1952,1984 ( vedete la ricorrenza del fenomeno sismico? ).
Ma è ancor più degno di nota ricordare che Santa Venerina subì, nel 1879, un altro terremoto
che distrusse completamente una metà del paese e lasciò quasi intatta l'altra.

Norme di comportamento rispetto agli eventi sismici.

Dopo aver spiegato, sommariamente, i terremoti dal punto di vista storico-geografico, passiamo
adesso a descrivere cosa si deve fare quando è in atto un movimento tellurico.
Innanzitutto, si devono fare certe discriminazioni preliminari, riguardo ad alcune domande di
carattere spazio-temporale e poi sociale:
1 la scossa ci coglie all'interno di qualche edificio o all'esterno?
2 se all'interno, accade in casa propria o altrove?
3 se altrove, sul luogo di lavoro o dove?
4 se all'esterno, vicino o lontano da edifici?
5 se lontano, in zona aperta di quale tipo?
6 siamo a piedi o stiamo usando qualche mezzo?
7 la scossa si verifica di giorno o di notte?
8 quando arriva la scossa siamo da soli, in famiglia o con altre persone?
9 se con altre persone, sono poche oppure molte, ovvero una folla?
Ecco le domande che ci fanno comprendere quanto potrebbe essere difficile compilare un decalogo,
non troppo complesso nella struttura, per poter dare delle direttive sul comportamento da tenersi
in caso di evento sismico.
Per fortuna sono state individuate alcune regole di base, che possono essere applicate in modo
flessibile ai vari casi sopra elencati e che, quindi, semplificano il nostro modo di agire.
Occorre ricordare un fatto, fondamentale nella dinamica dei terremoti, cioè che la fase eventualmente
distruttiva di un sisma dura, solitamente, pochi secondi, contrariamente a quanto ritengono perfino
molti di quelli che, in vario modo, ne sono rimasti coinvolti.
Questo dato, concreto, ci impone la prima regola di comportamento, cioè la tempestività nella reazione,
cosa che a molti sembrerà, per parecchi motivi, irrealizzabile; in seguito, invece, dimostrerò che
questo è possibile, a determinate condizioni.
Quindi, mantenere la calma, in particolar modo se ci si trova in un luogo affollato, ricordando che
spesso uccide più persone il panico generato dalla scossa ,che non l'effetto meccanico della scossa
stessa.
Non precipitarsi fuori dagli edifici, perché spesso non ne abbiamo il tempo utile e poi potremmo
rimanere vittime di altri pericoli esterni.
Cercare riparo nei punti più solidi dell'edificio, che sono, essenzialmente, le pareti portanti
( meglio se nei vani delle porte ), le architravi ( meglio se di cemento armato, altrimenti valutare
le alternative ), gli angoli delle pareti ( ovviamente, ancora meglio quelle portanti ).
Evitare, se possibile, la vicinanza di finestre ( tendono letteralmente ad esplodere i vetri in tutte
le direzioni ), di vetrine ( possono rovinarci addosso ), specchi, lampadari ( soprattutto quelli più
pesanti ) ed oggetti pesanti o contundenti di ogni genere ( ad esempio, mobili e soprammobili ).
Se possibile, ripararsi sotto letti o tavoli con ripiani robusti ( per evitare i calcinacci più o meno
pesanti ) e comunque ripararsi sempre la testa.
Per quest'ultima precauzione, qualunque oggetto robusto o, perlomeno che può ridurre l'impatto
( come un cuscino ), può andare bene; alla peggio si usino almeno le mani.
Se ci si trova all'esterno, in strade strette fra edifici, ripararsi nei portoni, altrimenti correre
verso grandi spazi aperti ( se ve ne sono nelle immediate vicinanze ) e valutare l'altezza degli edifici
circostanti.
Se ci si trova all'aperto, lontano da edifici, evitare essenzialmente di stare sopra o sotto ponti e
cavalcavia e sotto le linee elettriche; evitare inotre le zone soggette a smottamenti e frane e poi, se
ci si trova nei pressi del mare, anche le spiagge ( il rischio di un maremoto non va mai sottovalutato ).

Immediatamente dopo la scossa, vi sono altre regole essenziali da seguire, che ci garantiranno un’elevata
possibilità di sopravvivenza nei momenti cruciali che possono seguire il terremoto.
Se il fenomeno ci ha colto oppure ci ha messo al buio, non accendere fiammiferi od equivalenti ma, se
possibile, solo torce elettriche ( pericolo di fughe di gas ).
Se siamo in casa, chiudiamo gli interruttori del gas e della luce ( impariamo fin da ora ad individuarli,
per essere poi più veloci ), spegniamo eventuali piccoli incendi, che possono verificarsi ( se possibile,
adottiamo questo comportamento anche sul luogo di lavoro ).
In caso di danni alle condutture, comunichiamoli quanto prima alle relative compagnie di gestione dei
servizi, poi avvisiamo i nostri familiari ed i vicini di casa dell’eventuale pericolo.
Prima di uscire, indossiamo abiti pesanti ( possono essere utili anche nella stagione estiva ) e,
soprattutto, scarpe con suole robuste, per non ferirci i piedi con i vetri taglienti sparsi per terra.
Usiamo sempre le scale con molta prudenza ( potrebbero essere lesionate ), comunque mai l’ascensore!
Vediamo di aiutare i feriti, se ve ne sono, poi cerchiamo di ritrovare i familiari
( stabilire fin da ora il luogo dove ritrovarsi in caso di calamità naturali di vario tipo ),
comunque cerchiamo di infondere sempre calma e coraggio agli altri con il nostro esempio.
Controlliamo la stabilità ed i danni subiti dalla nostra abitazione, da una distanza di sicurezza,
ricordandoci sempre della possibilità di scosse di replica ( possono durare per diversi giorni ).
Non adoperiamo l’automobile ed il telefono ( se non in caso di grave ed immediata emergenza ), per non
bloccare le vie di comunicazione terrestri e telematiche per i mezzi di soccorso.
Usare una radio portatile, per tenersi informati sulla situazione e sulle direttive della Prefettura,
seguite da quelle della Protezione Civile.
Non bere acqua dai rubinetti ( spesso le condutture risultano contaminate ), ma procurarsi della minerale
( meglio prepararne una scorta rinnovabile, in casa o in un altro posto, al sicuro ).
Infine, aiutare i soccorritori ad organizzare punti di raccolta e di coordinamento.

Ed ecco che nasce l’esigenza di sapere cosa fare prima del terremoto.
Nel nostro Paese, come in molte altre parti del mondo, spesso diventa inutile parlare di case antisismiche,
perché la risposta della gente assume toni poco produttivi, si parla di soldi e si crede che ce ne vogliano
troppi per risolvere il problema, ma non è così.
Comunque, rinvio chi legge queste righe, ed è interessato ad approfondire quest’ultimo argomento, alla sezione
Consigli di questo sito.
Passo, adesso, a trattare dei comportamenti che i singoli, le famiglie e, meglio ancora, i gruppi sociali,
dovrebbero tenere. Anzitutto, a livello personale, ripassare le norme di comportamento precedentemente segnalate.
Se questo verrà fatto con metodicità, senza farsi prendere da angosce o nervosismi, ci aiuterà sensibilmente a
risolvere il problema della tempestività nella reazione, perché sapendo cosa fare e dove andare non ci faremo
prendere facilmente dal panico.
Quindi masticare quotidianamente il terremoto, a tutti i livelli che ci può consentire l’ambiente sociale nel
quale viviamo, dalla famiglia al lavoro, agli amici ed infine alle istituzioni.
Questo è tanto più necessario per coloro che vivono in una zona nella quale il terremoto ha portato lutti e
distruzioni nel passato, poiché esso torna sempre a colpire, prima o poi, con quella stessa violenza.
Allora, a partire da noi stessi, coinvolgere quante più persone è possibile, ricordando di adottare un approccio
informativo che non si limiti a suscitare reazioni di scongiuro o, peggio ancora, di noia.
Se possibile, organizzare azioni di volantinaggio di quartiere, anche nei negozi, fino ad impostare esercitazioni
di addestramento nelle zone più a rischio, per preparare meglio tutti.
Ripetere le esercitazioni almeno due volte all’anno, portando solidarietà concreta per il piano comunale (quando esiste).
Stabilire anche chi porterà l’acqua, chi le informazioni e trasformare le esercitazioni in occasioni di incontro festoso,
in quei luoghi all’aperto nei quali ci si dovrà recare, quando sarà il caso.
Individuare, infine, quali sono le zone più sicure, dove ospitare i soccorritori esterni, badando bene di trovare una
procedura che permetta ad essi di lavorare senza intralci di sorta (se possibile, imparare i primi rudimenti di
soccorso medico, frequentando i corsi presso la Croce Rossa o le altre organizzazioni comunitarie).
Buona parte di quello che ho esposto nell’ultima sezione, deriva dalla necessità di riconoscere un dato di fatto,
che può anche dispiacere a chi crede che lo Stato abbia l'obbligo di comportarsi come una balia, quando accadono
certi avvenimenti, ma che, tuttavia, resta innegabile: la Protezione Civile non può far subito miracoli ( essa ha
stabilito solo nel 1995 i suoi primi Piani Nazionali ) e, a seconda della gravità dell’evento, impiegherà più o meno
giorni per portare un aiuto ottimale nelle zone colpite da un terremoto.
Prepariamoci, quindi, ad essere autosufficienti per almeno tre giorni. La procedura base, rispetto ad un terremoto
disastroso, segue pressappoco queste linee: circa tre minuti dopo la scossa, la sala operativa dell’Istituto Nazionale
di Geofisica e Vulcanologia, a Roma, comunica, con buona approssimazione, le coordinate dell’epicentro alla Protezione
Civile e questa mobilita i soccorsi nella direzione della zona colpita.
Mentre i soccorsi convergono da varie parti verso la zona colpita, il Ministero degli Interni attiva una Unità di Crisi,
verso la quale le Prefetture interessate comunicano le informazioni ricevute dai comuni ( dalle Sale Operative, dalle
forze dell’ordine, dai volontari, dai radioamatori, ecc. ). A sua volta, l’Unità di Crisi tiene informate Protezione
Civile ed ausiliari sulle situazioni delle aree colpite e pilota questi verso il cosiddetto “ cratere “ del sisma.
Intanto, la popolazione delle zone interessate deve raccogliersi in apposite aree di attesa, sicure secondo i criteri
già descritti ( laddove siano state identificate ) ed i primi soccorsi giungono via via dalle immediate vicinanze,
risparmiate dal disastro.
Anche i soccorritori dovranno essere sistemati in luoghi opportuni, ben distinti da quelli precedentemente descritti,
poi dovranno aiutare la popolazione a prendere possesso delle zone di ricovero, in attesa della ricostruzione o, per i
più fortunati, dell’ispezione tecnica che potrebbe stabilire l’abitabilità della loro casa.
La ricerca attiva di eventuali sopravissuti sotto le macerie, occuperà, di solito, le prime tre giornate dei soccorritori,
poi le possibilità di salvezza per questi scemeranno sensibilmente ed allora entreranno in azione, a pieno regime, le
macchine pesanti per rimuovere le macerie. In un primo tempo, l’azione di queste sarà impegnata soprattutto per sgomberare
le vie di comunicazione principali, individuate per rendere più spediti i soccorsi, o a crearne delle alternative.
Mentre accadono queste cose, il Sindaco ( poiché ne risponde penalmente ) o, in mancanza di costui, il suo sostituto,
provvede a coordinare l’attività locale, non solo per quanto già detto ( precettando, ad esempio, le imprese di costruzione
edile operanti nell’ambito comunale ), ma anche per emettere alcune ordinanze specifiche. Queste ordinanze dovrebbero
riguardare:
1) la mobilitazione degli ospedali locali, con particolare riguardo ai reparti di ortopedia e traumatologia, anestesia e
rianimazione. Dovranno essere liberati quanti più posti possibile, dimettendo gli ammalati meno gravi, per fare spazio ai
feriti e, quanto prima ( viste le esperienze passate ), sarà necessario supportare quante più persone necessitano di aiuto
psicologico ( assistenza sociale ).
2) la prescrizione alle farmacie di mettere a disposizione della popolazione bisognosa i medicinali più particolari ed urgenti,
dei quali essa ha maggiormente necessità per le patologie speciali.
3) l’incarico, ai servizi di nettezza, sotto il controllo delle autorità sanitarie, di rimuovere i rifiuti e gli animali morti
dalle strade e da ogni altro punto dove essi possano costituire un pericolo.
4) la fornitura di tende ai senzatetto, chiedendole ai magazzini pubblici e privati che le detengono, e l’attivazione di
convenzioni con ditte specializzate nella somministrazione dei pasti.
5) la messa all’opera di vigili urbani ed ausiliari per la raccolta di informazioni, che permettano una ripartizione più
efficace delle forze in campo. Dovranno essere sollecitate le forze dell’ordine, per un’azione volta alla prevenzione delle
azioni di sciacallaggio. Sarà, poi, opportuno che il responsabile delle ordinanze sopradescritte, chieda alle ditte autorizzate
la riattivazione di corrente elettrica e ponti telefonici, ma, soprattutto, sarà necessario che i vari soggetti, operanti nel
territorio colpito dal terremoto, comunichino fra di loro con un linguaggio di tipo interdisciplinare. Una specie di lingua
universale, adatta alla comprensione di tutti, per evitare dannosi litigi e successivi scaricabarile.


Appendice: lo zainetto di emergenza.

Lo zainetto di emergenza è un oggetto che è entrato a far parte della mentalità quotidiana in alcuni paesi esteri,
a partire dal Giappone fino ad alcuni paesi dell’America Latina, cioè in paesi industrializzati come in quelli del
Terzo Mondo; sarebbe quindi auspicabile che così fosse anche in Italia.
Lo zainetto di emergenza, dovrebbe essere un costante riferimento nell’arco della nostra giornata; dovrebbe trovare
posto anche sul luogo di lavoro, ma essere il meno ingombrante possibile.
Oltre ad avere una piccola tasca, per contenere le chiavi di casa, i valori contanti, i documenti di identità ed un
piccolo bloc-notes con penna, esso dovrebbe contenere questa dotazione minima:
1) una torcia elettrica con batterie di scorta ( per ovvi motivi ! )
2) una radio a transistor con batterie di scorta ( uso alternativo: accendere a tutto volume, se si è sotto le macerie,
per segnalare la propria posizione ai soccorritori ! )
3) un fornelletto da campeggio con cartucce di ricambio
4) pastiglie di Steridrolo per rendere l’acqua potabile o Amuchina in gocce o filtro ad imbuto
5) una coperta ( anche d’estate ne potreste sentire la necessità ! )
6) altri eventuali oggetti che potrebbero servire sono: un coltello milleusi ( imparate ad adoperarlo, potrebbe essere
di vitale importanza ! )
7) articoli di pronto soccorso, a seconda delle esigenze ( mettere i medicinali in un unico contenitore, per motivi
di spazio, con un foglietto che ne spieghi il contenuto )
8) fiammiferi e candele ( anche un accendino economico! )
9) cibi liofilizzati o in scatola
10) acqua minerale ( molto importante per i primi tre giorni ! )

Per una questione d’ingombro, è abbastanza intuitivo che lo zainetto da portarsi appresso, anche sul luogo di lavoro,
potrà contenere solo una parte di quanto sopra.
Personalmente, consiglio almeno le cose indicate ai punti 1), 2), 4), 6), 7), 8), 10), che sono quelle che, tra l’altro,
occupano meno posto.
Nell’eventuale impossibilità di tenere sempre con sé lo zainetto, questo dovrebbe trovare posto in casa, in un luogo sicuro,
ma di facile accesso, oppure fuori, con le stesse caratteristiche.
Naturalmente, non bisogna mai dimenticarsi di sostituire, periodicamente, batterie, medicinali, alimenti e quant’altro
fosse in procinto di scadere.

Ed ora, concludo veramente tutta questa mia esposizione con una frase ( che ho inteso anche durante le mie navigazioni
su Internet nei siti di interesse sismico dei paesi del Terzo Mondo! ), la quale io ritengo che contenga il succo di molto
di quanto detto fin qui:
ricordiamoci che, quasi sempre, chi sopravvive non è il più forte o il più “ intelligente “, ma bensì il più preparato.

                                                                                                                                                                segue..........